800.000 uccisi

In Ruanda furono uccise, nel giro di 100 giorni, 800.000 persone. La Chiesa cattolica, a cui appartiene il 70% degli abitanti della Ruanda, sarebbe stata l’unica ad avere l’autorità di fermare il bagno di sangue. Tuttavia, nel 1994 “la maggior parte dei suoi preti e delle sue suore stettero a guadare il bagno di sangue senza prendere alcuna posizione, anzi aiutando i criminali” (Spiegel 1/2000). Il 14 aprile iniziò il massacro di Kibeho perpetrato, prima di tutto ai 15.000 profughi che avevano cercato rifugio nei locali della Chiesa.

Ci vollero due giorni prima che tutti fossero picchiati a morte, mutilati, uccisi a fucilate oppure, in parte, bruciati vivi. Testimoni oculari accusano i preti e le suore della Chiesa cattolica di aver sostenuto il genocidio dei Tutsi. “Fra il 7 aprile e il 4 luglio in ben 160 chiese furono massacrati i Tutsi che avevano cercato rifugio nei luoghi sacri che essi presumevano sicuri.” Oggi i colpevoli vivono dietro le mura di conventi in Belgio, sono a capo di ordini religiosi in Francia, studiano teologia alle università cattoliche, oppure predicano l’amore per il prossimo e il perdono nelle chiese italiane. “Con il vescovo Misago” – così scrive Spiegel (1/2000) – “la Chiesa cattolica ruandese è sotto accusa.” “I vescovi ruandesi, ancora molto tempo dopo che le carneficine erano cominciate, assicurarono la loro cooperazione al governo degli Hutu e fecero un appello alla popolazione di seguire i loro ordini…" “Due anni dopo il genocidio, un gruppo di preti ruandesi cominciò a sentire dei rimorsi di coscienza.” Tuttavia, i membri del gruppo che discuteva sull’argomento vennero puniti col trasferimento e l’iniziatore del gruppo venne addirittura minacciato dal Vaticano di espulsione dalla Chiesa.”

Solo due funzionari della Chiesa sono comparsi, nel frattempo, in tribunale e sono stati accusati. “ Su coloro che sono riusciti a fuggire, il Vaticano e i prìncipi della Chiesa tengono le loro mani protettrici.”

Il prete Uwayezu viene accusato da un alunno sopravvissuto di aver tradito e consegnato la sua classe alle milizie, le quali l’hanno massacrata ferocemente. Questo alunno sopravissuto, che è riuscito a venir fuori ferito da una fossa, accusa il vescovo Misago e il prete Uwayezu di avere una buona parte di colpa. Lo stesso vescovo Misago ha procurato a Uwayezu un’auto, con la quale quest’ultimo è riuscito a fuggire. Ora Uwayezu lavora in Italia, sotto la protezione della Chiesa (tutte le citazioni provengono da Spiegel 1/2000 “Con incenso e machete”).

Retroscena: sotto la dominazione coloniale belga, la Chiesa all’inizio aveva appoggiato i Tutsi – ossia quando questi erano al governo – contribuendo, in questo modo, a intensificare la rivalità fra i Tutsi e gli Hutu. Quando poi, agli inizi dell'indipendenza, cominciò a delinearsi una vittoria degli Hutu, molti rappresentanti del clero cominciarono a sostenere questi ultimi e ad approvare la loro violenza.

© 1999 – 2005 Iniziativa “Un monumento per i milioni di vittime della Chiesa” – Tutti i diritti riservati



Stampare questa pagina











Stampa questa pagina